Regia: Lorenzo Lombardi
Anno di produzione: 2009
Durata: 108'
Genere: horror/road-movie
Paese: Italia
Produzione: Whiteroseprd. Produzione Cinematografica, The Coproducers
Titolo originale: In The Market
Sinossi:
Ispirato a fatti realmente accaduti. David, Sarah e Nicole hanno da poco concluso gli studi. È una calda giornata di luglio quando decidono di partire per quell’attesa vacanza che avevano sempre sognato: un viaggio avventuroso senza meta, alla ricerca di posti mai visti ed esperienze nuove, con prima tappa il concerto della loro rock?band preferita, i GTO. Le cose però iniziano a complicarsi quando i tre amici sostano ad una stazione di servizio per fare benzina, e subiscono una rapina da due bizzarri e pericolosi malviventi, che li derubano di tutti i loro averi. Scioccati, si fermano alla prima area di sosta con cabina telefonica, che trovano sulla strada, per avvertire la polizia. Purtroppo la linea è isolata, così sono costretti a risalire sulla loro jeep sino all’arrivo ad un Market, dove potranno fare la fatidica telefonata. Dopo l’ingresso, i loro programmi verranno stravolti dalla brillante ed insolita idea di nascondersi per poi poter passare la notte al suo interno. Il tutto inizia nell’inconsapevolezza del divertimento più sfrenato, prendendo però una brutta piega, quando qualcuno entrerà nel Market per macellare… Ma non carne animale.
Recensione:
È con grande piacere che recensisco questo ultimo prodotto della nostra stitica produzione horror.
Si tratta di una pellicola indipendente targata Whiterose che annovera nel suo cast niente meno che Sergio Stivaletti, ma che, a parte questo, non usufruisce di un budget importante.
Il soggetto è assai semplice e, “sulla carta”, ricalca i tradizionali teen movie americani quali “Non aprite quella porta”. Abbiamo i classici giovani che vanno in una gita in aperta campagna e si imbattono con il pazzo macellaio di turno. Questo, in estrema sintesi, è il soggetto e ciò potrebbe far pensare al solito filmetto da evitare come la peste e, invece, non è così.
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La sceneggiatura (firmata Lorenzo Lombardi, Eleonora Stagi, Marco Martini, N. Santi Amantini), infatti, è curatissima e opta per una struttura sulla falsa riga di “Dal Tramonto all’alba”. Abbiamo una prima parte “road movie”, forse un po’ troppo lunga ma funzionale per far familiarizzare il pubblico con i personaggi (un trio simpatico e non pomposo, a differenza di quanto si è abituati a vedere negli slasher a stelle e strisce).
La bravura del regista spicca soprattutto in questa prima parte, perché nonostante non avvenga niente di eclatante il film risulta comunque gradevole. Ciò lo si deve a dei dialoghi brillanti che strizzano l’occhiolino a Tarantino, ma soprattutto alla bravura di Lombardi (“Life's But - La vita non è altro che…”) nel dirigere gli attori (peraltro con MDP, montata all’esterno del parabrezza, puntata per minuti sui tre protagonisti, senza fare stacchi). Non di meno conto è l’attento taglio registico scelto da Lombardi che non lesina in carrellate e PPP (si segnala anche una citazione iniziale a Dario Argento – “Le Cinque Giornate” - con ripresa in PP delle scarpe di due individui intenti a dialogare).
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Gli autori sono grandi appassionati di cinema (più di quello americano che del nostrano), lo si nota da subito. Si registra così una lunga serie di omaggi (si badi bene, non scopiazzature) con una decina di titoli di film letteralmente citati (tra i quali “Vacancy”, “Salvate il soldato Ryan”, “Hostel” e persino “Se scappi ti sposo”) e con scene che ricordano molto da vicino “A Prova di Morte” (con tanto di PP su un paio di piedi nudi femminili sporgenti dalla jeep). Lombardi arriva a palesare l’amore per Tarantino, mettendo in scena un vecchietto intento a gustarsi davanti a un monitor proprio “A Prova di Morte”.
"Ma dov’è l’horror?" potrebbe domandare un lettore un po’ frettoloso di giungere al sodo. Beh, è tutto incentrato nella seconda parte del film (proprio come nella pellicola di Rodriguez sopra ricordata). E si tratta di un horror a metà strada tra “Hostel” e “Hannibal” (il serial killer di turno è molto istrionico e gigioneggia con tic e monologhi antropologici barkeriani ben curati). Qui entrano in azione anche gli effetti truculenti di Stivaletti (un cadavere depezzato e soprattutto un evisceramento assai crudo), ma a scioccare maggiormente è la violenza psicologica e la follia esplicitata da un Ottaviano Blitch (“Italians” e “The Shadow”) perfettamente calato nel personaggio. Qualcuno potrebbe dire che Blitch sia andato troppo sopra le righe (io, non sono d’accordo, in quanto adoro questo tipo di interpretazioni), ma, a ogni buon conto, non si può negare che riesca a rendere malata la visione.
Ma non è solo Blitch a sorprendere nel cast artistico. Nonostante si sia alle prese con un cast di sconosciuti, quasi tutti alle prime armi, non si può non evidenziare come questi giovani professionisti siano stati capaci di surclassare attori ben più blasonati ammirati in altre produzioni. Su tutti citerei la carinissima Elisa Sensi e Marco Martini. Non sfigurano, però, neppure gli altri, merito probabilmente delle doti del regista nel soffermarsi sui movimenti corporei oltre che nella recitazione delle battute.
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Interessante il lavoro di N. Santi Amantini alla fotografia. nella prima parte abbiamo un tocco molto caldo con Amantini che cerca di fare il massimo con i mezzi che gli sono messi a disposizione. Si deve dare atto che il direttore della fotografia riesce a regalare qualche bella “cartolina” (specie nelle esterne, in particolare quelle al tramonto e, soprattutto, l’esterna finale in notturna; meno incisive le interne a inizio film), sono tuttavia convinto che con fondi superiori avrebbe ottenuto un risultato migliore.
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Ben cadenzata la colonna sonora in stile country (con pezzi però cantati anche in lingua italiana) del duo GTO – Emanuele Frusi, ancora a sottolineare il legame con la filmografia road movie americana (mi è tornata in mente anche “L’ultima casa a sinistra” nonostante il riferimento sia molto subliminale).
Concludo sottolineando che gli autori affermano che alla base del film vi sarebbe una storia vera (lo mettono subito in chiara evidenzia nei titoli di apertura), ma ciò, ad avviso di chi scrive, è una trovata in stile Tobe Hooper. Non che cose simili non siano successe, ma non ho memoria di un caso analogo.
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In definitiva credo di poter dire che si tratta del miglior horror italiano degli ultimi anni, soprattutto perché denota una cura nello script superiore alla media e non si affida agli “effettacci” gore per coprire falle narrative. Non posso che dare un caloroso incoraggiamento a Lombardi e alla Whiterose affinché possano proseguire per questa via. Visione consigliata, ma non attendetevi continue mattanze o macelleria gratuita come vi hanno abituato opere quali “Frontiers” o “Alta Tensione”.
Voto: 8
Recensione Curata da: Matteo Mancini (giurista81)
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